In questi ultimi anni in molti Paesi arabi si parla di Primavera araba: in un altro post ho parlato della Siria e della strage di bambini che sta caratterizzando questa rivolta, finalizzata a spodestare Assad, il dittatore che governa questo Paese.
Tanti sono i punti in comune con quello che sta accadendo in Iran: uno fra tutti è sicuramente l'utilizzo delle armi leggere, cioè telefonini, blog, Internet e Youtube, per documentare la situazione e farla conoscere al mondo intero, visto che l'Iran ha mandato via tutti i media occidentali.
Tutto ha inizio nel 2009 quando Ahmadinejad è stato rieletto presidente: si è trattato, però, di una farsa in quanto pare che ci siano stati dei brogli elettorali.
Questa è stata la scintilla che ha dato il via a tutte le proteste da parte di molti giovani iraniani, baluardo delle opposizioni, e a cui il regime vieta il diritto di laurearsi e di concludere i propri studi universitari: sognavano la democrazia e la libertà e si sono visti costretti a lottare contro i guardiani e l'esercito che controlla la società iraniana, dalle università alle donne che passeggiano per strada.
Un Paese che vive nella paura, che parla due lingue: una libera, parlata tra tutti i manifestanti, e una finta, parlata in pubblico.
Le donne sono relegate nel fondo della società, considerate dai loro stessi uomini come uno strumento, un oggetto, senza anima e senza pensiero.
Ma in realtà non è così: tante sono le donne che combattono in silenzio, tante sono le madri costrette a piangere i loro figli in cimiteri lontani dalla capitale perchè non li è permesso parlare del loro dolore.
E simbolo di questa lotta della popolazione e della violenza di questo regime dittatoriale sono i tanti martiri, caduti durante le manifestazioni: tra tutti, il volto della violenza di questa primavera iraniana è, senza dubbio, Neda, una giovane studentessa, uccisa per strada e la cui morte è stata ripresa da uno dei tanti manifestanti (il video è su Youtube ed è stato trasmesso dalle più importanti reti mondiali, come la Cnn).
Un altro aspetto terrificante di questa lotta contro il regime è un carcere segreto, quello di Kahrizak, a sud di Teheran, diventato il simbolo delle torture e della violenza estrema.
Una zona senza legge della quale si sa tanto grazie ad un giovane sopravvissuto a quel massacro: si tratta di un blogger e un attivista che fu arrestato e rinchiuso in quella prigione.
Lì gli è stato negato ogni diritto umano: è stato torturato, vittima di shock elettrici, ha subito il dolore delle sigarette spente sul corpo ed è stato stuprato con un manganello da una delle guardie.
L'uomo, che ha chiesto asilo politico alla Francia, descrive quel posto non come una prigione, ma come una macelleria in merito all'eccessiva quantità di sangue presente su quei pavimenti e alla brutalità degli episodi vissuti in quel posto.
Purtroppo ancora oggi la lotta continua e si spera che, un giorno, l'immenso numero di martiri sia servito a riportare la libertà e la democrazia in Iran.








0 comments:
Post a Comment