I cerchi olimpici: cosa rappresentano?

Tra meno di un mese, il 27 Luglio (sempre che non si verifichi la profezia di Parravicini) prenderà il via la trentesima edizione delle Olimpiadi: quest'anno lo scenario sarà Londra.
Un evento mondiale che si ripete ogni 4 anni e che per una volta unisce tutte le nazioni e le popolazioni del mondo sotto un'unica bandiera, quella olimpica per l'appunto.
La bandiera olimpica ha uno sfondo bianco su cui sono rappresentati 5 cerchi, di colore diverso.
Ma qual è la storia di quel logo?
Il simbolo delle Olimpiadi è stato realizzato nel 1913 da Pierre de Coubertin e solo nel 1920 potè essere mostrato in uno stadio olimpico.
La prima guerra mondiale, che impedì il regolare svolgimento delle Olimpiadi del 1916, fu il primo ostacolo che questo simbolo mondiale dovette affrontare.
Il logo è simbolo di fratellanza, unione e universalità.
Ogni cerchio rappresenta un continente della Terra con il suo colore rappresentativo:
  • il blu è dell'Oceania: il blu dell'oceano che la circonda;
  • il nero è dell'Africa, la cui popolazione è principalmente di pelle scura;
  • il rosso è dell'America: rosso come la Terra del Fuoco, i pellerossa, le montagne che diventano rosse all'alba e al tramonto;
  • il giallo è dell'Asia in cui la popolazione è in gran parte con una pelle tendente al giallo;
  • il verde è dell'Europa con le sue pianure, le sue foreste e la sua vegetazione.
Inizialmente i cinque cerchi erano disposti tutti sullo stesso livello, come in una catena; solo successivamente, sono stati rappresentati così come li conosciamo noi, comunicando ancor più solidarietà e unione, disposti come se fossero abbracciati.
I colori usati (compreso il bianco dello sfondo) sono quelli che troviamo in tutte le bandiere del mondo.
A volte le immagini e i simboli esprimono messaggi più forti delle semplici parole.

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Uno, nessuno e centomila doodle per Pirandello

Oggi Google ricorda un grande nome della letteratura italiana, Luigi Pirandello, vincitore del premio nobel per la letteratura nel 1934.
Lo fa attraverso un doodle statico e molto semplice, in cui è rappresentato lo stesso scrittore con in mano una maschera e dietro di lui si intravede una tenda da teatro.
Pirandello è uno di quegli autori che a scuola viene spesso odiato perchè troppo complesso da comprendere, nel suo pensiero e nelle sue domande sull'io.
L'ho odiato anche io a mio tempo, ma poi ho scoperto la genialità di quest'uomo, capace di opporsi alla società in modo elegante ed educato.
Tra le opere di Pirandello che ho letto c'è sicuramente Il fu Mattia Pascal e Il gioco delle parti: entrambi molto belli e profondi, affrontano il tema centrale delle opere di Pirandello, quello della crisi dell'io.
Lo scrittore siciliano afferma che ognuno di noi indossa una maschera o anche più maschere nelle quali spesso non ci identifichiamo o fingiamo di identificarci per dare un senso alla nostra esistenza.
L'uomo nasce libero, ma in una società preimpostata, nella quale ognuno di noi recita una parte.
Dinanzi a questa osservazione, Pirandello elenca tre modi di reagire a questa triste verità:
  • accettare la maschera, vivendo così nell'infelicità e nella continua frattura tra ciò che si vuol essere e ciò che si è;
  • accettare la maschera con ironia e umorismo, cercando di trarne un vantaggio da essa;
  • rifiutare la maschera, causando così disperazione, solitudine e follia, ribellandosi ad ogni convenzione sociale per scoprirne la sua futilità.
L'unico modo per vivere è quello di non accettare una sola identità, ma tantissime identità.
In effetti, un'opera del Pirandello porta il titolo "Uno, nessuno e centomila": uno perchè ognuno crede di essere unico, nessuno perchè non siamo in grado di fermarci in una singola identità tra le centomila che le diverse persone ci attribuiscono.

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Chi è Caronte?

In questi giorni non si fa altro che parlare dell'ondata di caldo che sta colpendo la penisola.
Prima Scipione, ora Caronte: quest'ultimo, secondo i meteorologi, arriverà venerdì con temperature fino ai 40°C, soprattutto nel Sud Italia.
Andando però oltre la meteorologia, quel nome, Caronte, ha risvegliato in me tanti ricordi del liceo, quando per la prima volta incontrai questa figura mitologica nell' Inferno dantesco della Divina Commedia.
Dante incontra Caronte nel III canto dell'Inferno, non appena supera la porta famosa su cui c'è scritto "Lasciate ogni speranza, voi ch' entrate".
Nei pressi del fiume Acheronte, il primo fiume infernale, trova una schiera di anime malvagie e un'oscura figura che si avvicina:
"Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio bianco per antico pelo, gridando: "Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo! I' vegno per menarvi ll'altra riva, nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo."
"Caron dimonio, con occhi di bragia, loro accennando, tutte le raccoglie: batte col remo qualunque s'adagia"
Dante rappresenta il traghettatore infernale come un vecchio, con capelli e barba lunga e bianca, occhi infuocati come quelli di un demonio severo che colpisce chi tarda a salire sulla sua nave.
Il suo ruolo era proprio quello di trasportare le anime dei malvagi da una riva all'altra del fiume Acheronte, dietro il pagamento di un pedaggio.
Questo fatto mi riporta ad un'altra tradizione greca: secondo i Greci, infatti, ogni morto doveva essere sepolto con un obolo (una moneta greca) sotto la lingua oppure due monete sugli occhi.
Queste monete servivano al defunto proprio per pagare il pedaggio a Caronte ed essere così traghettati sull'altra sponda del fiume.
In caso contrario (cioè se non avessero avuto con sè le monete) erano condannati a vagare senza pace nel regno dei morti. 
Adesso mi chiedo: perchè chiamare un'ondata di calore Caronte?
Forse solo perchè si tratterà di un caldo infernale?

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L'India e i trans di Bihar

L'India è uno dei paesi che più mi attrae per la sua cultura, i suoi colori e il suo mondo pieno di tradizioni.
Ma nel paese in cui le vacche sono sacre e vi sono ponti vivi, creati proprio dalla natura, ci sono anche tanti aspetti oscuri e difficili da accettare.
Un documentario dell'altra sera raccontava la storia di 4 giovani trans nell'India contemporanea, in continua lotta con una società moderna dal punto di vista economico, ma ancora antica dal punto di vista sociale e culturale.
Una società che ti guarda con occhi sospettosi e di condanna, famiglie che si vergognano dei figli trans a tal punto da allontanarli totalmente da casa e costringerli così a prostituirsi per sopravvivere.
Una situazione che fa nascere in questi quattro giovani la paura e l'incubo dell'Aids, facilmente trasmissibile a causa dell'ignoranza diffusa tra la popolazione.
Uno di loro, ormai senza speranze e senza sogni, si trasferisce a Bihar, una città dell'India nord-orientale.
Ed è proprio in  questa città che il giovane inizia un'avventura pericolosa di cui ne sono venuta a conoscenza grazie a questo docu-film.
A Bihar i trans sono costretti a ballare vestite da donna per il piacere degli uomini che le circondano per strada, in preda all'eccitazione.
I ragazzi devono ballare per tutta la notte, senza lamentele e senza far caso alla stanchezza e allo sfinimento perchè "se non balli ti sparano".
Molti dei giovani che sono lì da tanto affermano che tanti ragazzi sono stati sparati davanti agli occhi di tutti gli altri solo perchè a causa della stanchezza non erano più in grado di ballare.
C'è chi  racconta anche di esser stato portato via ed essere stato stuprato da gruppi di 10/15 uomini.
Una storia incredibile che viene da un Paese come l'India, un Paese così tollerante nel passato dal punto di vista sessuale (basti pensare al Kamasutra) e che oggi, invece, sfrutta i trans per dare sfogo alle fantasie più nascoste e deplorevoli dei suoi uomini.

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Google omaggia Alan Turing

Da troppo tempo Google non ci deliziava con un nuovo doodle.
Stamattina, 23 Giugno, fa un omaggio a una delle menti scientifiche più brillanti, Alan Turing, per il 100° anniversario della sua nascita.
Turing può essere considerato come il padre del moderno calcolo elettronico e dell'intelligenza artificiale, creatore di una macchina che porta il suo nome e che è la capostipite dei moderni computer.
Inoltre, diede il suo contributo anche come decrittatore: decifrò per la sua nazione, l'Inghilterra, i messaggi scambiati tra le potenze dell' Asse.
Ciò che più mi ha colpito della sua storia, purtroppo, è stata la sua morte: Alan Turing è morto suicida a 41 anni, in seguito ad  una condanna per omosessualità.
La pena era stata la castrazione chimica che, oltre a renderlo impotente, gli procurò l'accrescimento del seno.
La sua eccentricità la espresse anche nel modo di morire: ingerì una mela avvelenata con del cianuro, proprio come nella favola di Biancaneve, la sua preferita da bambino.
Ancora una volta veniamo a conoscenza di storie terribili e incredibili che, nel caso di Turing, hanno portato alla prematura scomparsa di una delle menti più eccellenti del tempo.

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In spiaggia: pubblicità o negligenza?

Stamattina alle 8e30 ho preso e me ne sono andata.
Stanca di questo caldo africano che si fa sentire già alle prime ore del mattino e con una voglia di starmene da sola, a contemplare la natura e ciò che mi sta intorno, ho indossato il mio bikini e via al mare.
Ho optato per la litoranea salentina: qualche km in più, ma mi serviva vedere il mare.
E così parcheggio, raccolgo il necessario e scendo giù in spiaggia.
Sistemo il mio telo mare, un po' di olio abbronzante e...
Ecco cosa mi son trovata di fronte.
Ancora non vi è chiaro? Vi faccio lo zoom.
Eccolo, ora sì che lo vedete.
Per chi non è del posto, questo tappo sicuramente non gli dirà nulla; ma per i tarantini questo tappo, questo marchio ha un forte significato, un senso di appartenenza e di amore per la patria.
Raffo: è il marchio della birra più amata dagli abitanti di Taranto, la birra per eccellenza che in estate deve essere assolutamente fresca e ghiacciata per essere gustata nel migliore dei modi.
Ebbene sì: questo tappino potrebbe essere considerato una sorta di guerrilla marketing, un modo di fare pubblicità a costo zero in un posto (la spiaggia) in cui la sete si fa sentire (eccome se si fa sentire!!!).
E sotto il sole, con 40° gradi all'ombra, cosa c'è di meglio che una bella birra Raffo?
Mi dispiace deludervi: quel tappino si trova lì semplicemente perchè qualcuno ha stappato la sua birra, se l'è bevuta tutta d'un sorso, incurante del fatto che anche il tappo va gettato nella spazzatura e che la spiaggia non è una discarica a cielo aperto.
Un'idea ce l'avrei: così come sulle bottiglie di birra c'è lo slogan "O bevi, o guidi", che ritengo eccezionale, perchè non ci aggiungiamo anche sul tappo o sulla bottiglia stessa "Portami con te e gettami nella spazzatura"?

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La mia visita all' Ilva di Taranto

Proprio ieri ho scoperto un'iniziativa messa in atto dalla fanpage di Facebook, Noi vogliamo il registro tumori a Taranto: si tratta di una petizione dal titolo " Chiusura dell'area a caldo Ilva di Taranto e bonifiche ora!".
La missione è questa: "Dopo 50 anni dalla nascita dell'Ilva (ex Italsider), noi cittadini di Taranto chiediamo la chiusura dell'area a caldo dell'Ilva che causa il 98% dell'emissioni inquinanti. Chiediamo subito la bonifica di tutti i terreni e del mare che per colpa di questa industria sono stati inquinati. Gli operai saranno utilizzati per bonificare il territorio e ci sarà lavoro per moltissimi anni. SI LAVORA PER VIVERE E NON PER MORIRE!".
Cosa potete fare voi?
Ciò che serve è semplicemente una firma virtuale: per farlo, trovate sulla destra dello schermo un banner; basterà cliccare su "firma petizione" e inserire la propria mail ed è fatta.
Solo ieri sul web girava un video in cui Fabio Matacchiera, presidente del Fondo antidiossina Taranto, raccoglie campioni di acqua di mare, in prossimità degli scarichi dell'Ilva di Taranto.



Indecente sapere che il mare della città di Taranto abbia quel colore, quasi ci fossero giacimenti di petrolio.
Negli ultimi anni in tanti si stanno mobilitando per far sentire la loro voce e il loro grido di aiuto: quest'industria ci sta ammazzando, giorno dopo giorno.
Lo scorso 26 Maggio ho deciso di cogliere l'opportunità offerta dall'azienda per entrare all'interno dell'impianto siderurgico e farmi un'idea, non tanto per capire il processo produttivo (poco mi interessa), ma per riuscire a capire che aria si respira lì dentro.
Naturalmente l'accoglienza è stata delle migliori così come la guida che spiegava nel dettaglio le varie aree della grande industria.
Ma ciò che ho visto mi ha fatto capire in che condizioni ci troviamo: nell'area parchi, dove ci sono tutti i depositi di minerale, sembrava di essere su Marte: gli alberi rossi, l'asfalto rosso, l'acqua rossa, tutto era contaminato dal rosso del rame.
Per non parlare degli impianti: c'era aria di vecchio e passato in quel posto, un mondo monocromatico, triste, in alcuni punti deserto e abbandonato.
Tutt'intorno fumi, rumore, polveri, fuoco, metalli: sembrava di essere all'inferno.
Solo le aree più nuove avevano un po' di colore e di luce.
Un'esperienza che mi ha colpito profondamente e che mi ha lasciato un gran mal di testa al ritorno: sarà stata l'aria pesante o la vista amara e tragica.
Non si può andare avanti in questo modo: o ci si migliora o è inutile e dannoso,  sia per noi che per le future generazioni, continuare a vivere e respirare veleno, facendo finta che niente di tutto questo sia reale o facendoci credere che si rispetta l'ambiente.
Ormai la gente è informata, sa ed è uscita dal buio dell'ignoranza di qualche tempo fa.
Per una volta che si faccia il bene dell'intera società piuttosto che del singolo!

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Montale: la vita va pensata

Oggi si sta svolgendo la prima prova degli esami di Maturità 2012: si tratta della prova d'italiano che prevede ben 7 possibili tracce tra cui scegliere quella da svolgere.
Tra le 7, c'è la prima, l'analisi del testo, e quest'anno l'autore scelto è stato Eugenio Montale, figura di spicco della nostra cultura, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1975.
Montale è famoso per le sue poesie in cui esprime il suo male di vivere e la crudeltà della memoria che ci  riporta in mente i ricordi, incapaci di ritornare in vita.
Ma nell'analisi del testo di questa maturità, Montale viene presentato come prosatore, come critico della società a lui contemporanea nel famoso saggio "Auto da fè" del 1966.
In realtà, viene presa solo una parte dell'intero testo, quella intitolata "Ammazzare il tempo".
"Ammazzare il tempo è il problema sempre più preoccupante che si presenta all'uomo di oggi di domani"
Ammazzare il tempo?
Ancora oggi utilizziamo l'espressione "almeno ammazziamo il tempo", inteso come modo di trascorrere il tempo libero con attività solitamente leggere e spesso futili.
Montale dice:
"Passare il tempo dinanzi al video o assistendo ad una partita di calcio non è un ozio, è uno svago, ossia un modo di divagare dal pericoloso mostro, di allontanarsene" 
e aggiunge:
"Guai se l'uomo si contentasse di una sola automobile, di una sola donna, di un solo colore di capelli, d'anima, di opinioni; guai se la gente lasciasse invenduti i dischi di canzonette, e vuoti gli stadi del foot-ball; guai se tutti decidessero di andar meno al cinema, di lasciar chiusa la TV e di non comperare "il libro di cui si parla"
Con queste parole vuol farci capire che la società del 1966 (così come quella di oggi, forse in misura maggiore) cerca di allontanarsi da quell'otium contemplativo, spesso confuso con la noia, considerato pericoloso, svolgendo attività inutili e rendendo meccanica la vita.
E così ci troviamo di fronte ad una società caratterizzata dalla fine degli antichi valori civili e umani, una società in cui la comunicazione non avviene tra uomini veri, ma tra i loro duplicati.
Basti pensare ai social network, a Facebook, a Twitter, ore e ore passate a chiacchierare di nulla, senza il contatto, il confronto personale.
Il malessere dell'uomo contemporaneo deriva dalla mancanza di punti di riferimento stabili, di certezze e dall'incapacità di credere in valori non materiali e non mercificabili.
Montale, in questo testo, afferma che, secondo la società di oggi:
"La vita deve essere vissuta, non pensata, perchè la vita pensata nega se stessa e si mostra come un guscio vuoto. Bisogna mettere qualcosa dentro questo guscio, non importa che cosa"
Ma la visione di Montale non è del tutto pessimistica: non accetta nè rifiuta il presente, ma spera e invita tutti a recuperare l'homo sapiens, capace di esprimere valori.
Un testo di quasi 40 anni fa che ancora oggi resta attualissimo. 

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